23 September 2021

Il grido d’allarme dei to a lungo raggio: stiamo morendo!

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Alessandro Simonetti

Non è vero che il turismo è ripartito. O almeno lo è solo in minima parte: per determinate località e realtà nazionali, al massimo europee. I viaggi per le destinazioni extra Ue sono ancora fermi. E non riprenderanno nell’immediato. Se tutto va bene, se ne riparlerà in autunno, ma la sensazione è che si vada avanti fino alla fine dell’anno, vista l’incidenza della variante Delta che incute timore e getta un’ulteriore ombra sul settore. E’ il grido d’allarme lanciato da oltre centro tour operator italiani specializzati in lungo raggio, che si sono riuniti in un gruppo ad hoc per farsi sentire a livello ministeriale.

Sono ripartite le prenotazioni su Airbnb o Booking che, teniamolo bene a mente, sono gruppi che pagano le tasse all’estero e non in Italia; quindi al nostro Paese lasciano nulla! Sicuramente sono ripartire alcune strutture ricettive italiane; i ristoranti o i locali all’aperto sono tornati al lavoro e molti di loro sono sold-out per la prossima estate. Ma questo non significa che il turismo si sia ripreso – spiega Alessandro Simonetti, titolare di World Explorer e tra i numerosi nomi del gruppo che, giorno dopo giorno, si sta ampliando -. Il comparto turistico riprenderà seriamente a fatturare quando torneranno i viaggi organizzati e intermediati, non certo a fronte del fai-da-te attuale. Sono 16 mesi, dall’11 marzo 2020 precisamente, che non lavoriamo e non facciamo una pratica. Ed è bene spiegarla chiaramente questa cosa”.

Chi sta andando alle Maldive, in Messico o ai Caraibi lo sta oggi facendo contravvenendo alle disposizioni ministeriali, rischiando di proprio e rimanendo assolutamente fuori dalla normativa attuale. I viaggi consentiti sono solo quelli realizzati in ambito Ue, verso gli Stati parte dell’accordo di Schengen, Regno Unito e Irlanda del Nord, poi ancora Andorra e Principato di Monaco e Israele. A questi, uniamo un numero di Paesi di fascia D: Ruanda, Repubblica di Corea, Giappone, Singapore, Thailandia Canada, Stati Uniti d’America Australia, Nuova Zelanda. Fermo restando che gran parte di questi è tutt’ora chiusa ai flussi turistici, come l’Australia o gli Usa.

Chi parte per turismo verso mete lungo raggio, lo fa insomma eludendo la legge, contando sulle maglie molto larghe e spesso inesistenti dei controlli aeroportuali. Ma si tratta di rischi che gli operatori non possono e non vogliono prendersi. “Stiamo rifiutando pratiche importanti proprio per attenerci alle disposizioni che vengono dal ministero della Salute e dell’Interno, ma adesso siamo arrivati alla fine”, conferma Simonetti. Parliamo di realtà con giri di affari che vanno dal milione ai 10 milioni di euro all’anno in epoca pre-Covid: non piccole ma comunque non abbastanza grandi da sostenere ancora per molto questo scossone. E che oggi, se proprio non è possibile avere un calendario oppure delle disposizioni che regolino la riapertura delle frontiere, vorrebbero quantomeno che il governo italiano si allineasse agli altri Paesi europei in materia di viaggi fuori Ue.

“Permanendo il divieto di uscire per turismo dall’Unione europea, i nostri clienti difficilmente potranno utilizzare i voucher entro la data di scadenza – aggiunge Emanuela Paoletti di Insafari -. Pertanto entro pochi mesi dovremo iniziare a rimborsarli, pur senza avere ricevuto risarcimenti dai fornitori locali. Con quanto ottenuto dalle prime recovery abbiamo sin qui garantito la sopravvivenza delle nostre aziende. Chi di noi è riuscito ad avanzare qualcosa lo dovrà utilizzare per iniziare a risarcire i clienti. Ormai è da più di un anno che non percepiamo uno stipendio e abbiamo dovuto tenere a casa i nostri staff. Non possiamo continuare così. Quindi, alla luce del fatto che ormai è chiara la posizione del governo in merito alle frontiere che non saranno riaperte a breve, chiediamo a gran voce e con fermezza che vengano stanziati per il settore nuovi fondi a sostegno della categoria perché si possa continuare a vivere. Chi si sta unendo al nostro gruppo di operatori è portavoce di centinaia di altre realtà simili alla nostra, che non lavorano ormai da 16 mesi e che si trovano sull’orlo dell’abisso. Anche perché in tanti non hanno ancora ricevuto i fondi relativi a febbraio-luglio 2020. Premetto, noi vogliamo tornare a lavorare e non avere aiuti in eterno. Ma, visto che non possiamo ancora farlo, non ci resta che chiedere aiuto, perché a rischio ci sono migliaia di posti di lavoro di un comparto che non è assolutamente ripartito! Cerchiamo di essere chiari e onesti su questo punto!”.




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