14 April 2021

Caputi, Federterme: non chiedere lo stato di crisi per il turismo è stato un errore

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L’articolo 107, paragrafo 2, lettera b del trattato sul funzionamento dell’Unione europea consente agli Stati membri di dichiarare lo stato di crisi per quei settori colpiti da eventi eccezionali. Non richiederlo per l’industria del turismo è stato un grave errore. Si apre così un lungo intervento del presidente di Federterme, Massimo Caputi, sulle pagine del Quotidiano del Lavoro del Sole 24 Ore. Un’analisi lucida della crisi che il comparto sta sperimentando, con una serie di suggerimenti concreti su quello che le istituzioni potrebbero fare per aiutare davvero un’industria il cui “peso reale sul pil è molto maggiore del 14% assegnatogli dalle statistiche” e che “non può essere trattata come le altre filiere produttive“.

Secondo Caputi il decreto Ristori 5 è davvero l’ultima chance. Ci sono cluster del turismo senza ricavi da quasi un anno, mentre gli aiuti fino a oggi erogati, dovendosi distribuire su un numero elevatissimo di operatori, si sono spesso sostanzialmente trasformati  in piccole mance. Quello che serve, in altre parole, è un approccio di medio-lungo periodo, capace di garantire vera sostenibilità economica alle imprese e ai lavoratori, e non semplici palliativi senza prospettiva.

Sono cinque, in particolare, le misure che Caputi indica come necessarie. A partire da una nuova politica del lavoro, favorita magari dal potenziamento del Fondo nuove competenze. E ciò con l’obiettivo di garantire adeguata formazione ai lavoratori per rendere pronti, loro e le imprese, ad affrontare le sfide del 2023, quando si ritiene che il comparto possa finalmente ripartire a pieno regime. Ma sarebbe pure urgente prorogare a 12 anni i finanziamenti garantiti dal Mediocredito Centrale, la cui scadenza il decreto Liquidità ha invece fissato a sei anni. Il rischio, altrimenti, è quello di trovarsi presto di fronte a una montagna di sofferenze bancarie. Tale misura andrebbe poi affiancata da un’iniziativa di lungo periodo, come per esempio potrebbe essere un’obbligazione a 20 anni a tasso ridotto e garantita dallo Stato. Il tutto dirottando magari le risorse non utilizzate del cosiddetto Bonus vacanze. Utile sarebbe inoltre un esonero contributivo di tre anni per il settore, da attivarsi tramite le deroghe contenute nel già citato articolo 107 del trattato dell’Unione. Infine, il pnrr, ossia il piano di allocazione delle risorse del recovery fund: nell’ultima bozza, sottolinea Caputi tranchant, il turismo non conta nulla. Servono molte più risorse degli 8 miliardi finora stanziati in coabitazione con la cultura. Solo la Spagna, per citare un diretto competitor, prevede di destinare al rilancio della sua industria dei viaggi qualcosa come 24 miliardi di euro.

Quello che il comparto chiede, conclude ancora Caputi, è che l’ormai futuro governo riservi al turismo un’attenzione almeno comparabile al suo contributo all’economia nazionale, con uno sguardo capace di andare oltre alla contingenza fino ad almeno al 2023, considerato l’anno della vera ripartenza.




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