27 October 2021

Cedolare secca: tutto rinviato alla Corte Ue. Federalberghi e Airbnb sulle barricate

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Non accenna a vedere la parola fine la querelle che oppone i portali di affitti brevi, Airbnb in testa, e lo Stato italiano. Al centro della vertenza, la famosa norma sulla cedolare secca al 21%, introdotta ormai due anni fa, che impone a tutti gli operatori del settore di agire da sostituto d’imposta. Un obbligo che questi ultimi si rifiutano di adempiere, tanto che la stessa Airbnb si è rivolta alla giustizia amministrativa. L’ultima puntata della vicenda è stata quindi il pronunciamento del Consiglio di Stato, a cui il portale si è rivolto dopo l’ultima sentenza negativa del Tar del Lazio di inizio anno. L’ordinanza non ha tuttavia risolto la faccenda, disponendo in particolare il rinvio alla Corte di Giustizia dell’Unione europea dell’intera vertenza. Il Consiglio di Stato ha in particolare escluso la ricorrenza dei presupposti per procedere alla diretta disapplicazione della normativa contestata ma ha anche affermato che l’interpretazione del Tar, che a febbraio ha respinto il ricorso di Airbnb, non presenta tratti di patente irragionevolezza.

Bocca: «Un’esibizione indecorosa dei colossi del web»

«Confidiamo che la Corte di Giustizia metta fine a questa commedia, che vede Airbnb appigliarsi a ogni cavillo pur di non rispettare le leggi dello Stato – è quindi il commento del presidente Federalberghi, Bernabò Bocca -. Siamo stanchi di assistere a questa esibizione indecorosa dei colossi del web, che realizzano nel nostro Paese utili milionari ma dimenticano di pagare quanto dovuto al fisco italiano, con un comportamento a dir poco opportunistico».

Airbnb: la legge è discriminatoria e incompatibile con il diritto europeo

Di tutt’altro tenore, come prevedibile, è invece l’opinione di Airbnb: «Siamo lieti che il Consiglio di Stato abbia deciso di portare all’attenzione della Corte di giustizia Ue le questioni sollevate dal nostro ricorso, riconoscendone nella propria ordinanza la complessità e la fondatezza. Abbiamo da subito inteso offrire ampia collaborazione al legislatore, manifestando i nostri dubbi sia sulla fattibilità tecnica, sia sulla discriminatorietà e la incompatibilità con il diritto europeo della “legge Airbnb”. Anziché attendere passivamente l’esito del giudizio per anni, confidiamo che il rinvio possa riaccendere il dibattito e il confronto con gli operatori per una soluzione legislativa più moderna, equa e applicabile a tutti, al tema dell’ospitalità legale».

Property Managers Italia: «Non rispettare la legge è concorrenza sleale»

Ma non tutti gli operatori del mondo degli affitti brevi sono d’accordo con la posizione del portale: «Il mercato ha tempi molto più rapidi di quelli della giustizia amministrativa – sostiene infatti il presidente di Property Managers ItaliaStefano Bettanin –. Noi property manager continuiamo a lavorare in un clima di incertezza, poiché dal 2017 applichiamo queste nuove regole, ma contemporaneamente aderiamo a piattaforme che non si sono adeguate al nuovo regime contabile, come Airbnb ma non solo. Per questo chiediamo al nuovo country manager di Airbnb Italia, Giacomo Trovato, a cui faccio i miei migliori auguri per la recente nomina, di fare un passo indietro, ritirare i ricorsi e fare in modo che l’azienda si assuma le proprie responsabilità, invece di perdere un altro anno dietro a una sentenza. Non rispettare la legge è concorrenza sleale nei confronti di chi opera nel pieno rispetto della legalità e per questo ci auguriamo una presa di coscienza da parte dei giganti del web».

Federalberghi: L’Agenzia delle Entrate potrebbe persino chiudere il sito Airbnb.it

Ma è Federalberghi a rincarare ulteriormente la dose: «L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che gli intermediari sono sanzionabili per le omesse o incomplete ritenute da effettuare a partire dal 12 settembre 2017. Considerando il vertiginoso aumento del giro d’affari degli affitti brevi, l’importo complessivo della multa comminabile ad Airbnb, relativa al periodo settembre 2017 – agosto 2019, potrebbe aggirarsi sui 600 milioni di euro». Non solo: «Per anni, le multinazionali del web sono sfuggite ai controlli delle agenzie fiscali, invocando una sorta di extraterritorialità e rifugiandosi nei paradisi fiscali. Ma una norma contenuta nel decreto Crescita, in vigore dal 30 giugno 2019, prevede che – se un portale non nomina il proprio rappresentante fiscale in Italia – i soggetti residenti nel nostro Paese che appartengono al suo stesso gruppo sono solidalmente responsabili per l’effettuazione e il versamento della ritenuta del 21% sull’ammontare dei canoni. Nel caso di Airbnb, è prevedibile che vengano chiamati in causa Airbnb Italy e i suoi amministratori. Si tratta di una società a responsabilità limitata con sede a Milano, che è sotto la direzione e il coordinamento di Airbnb Inc, società con sede nel Delaware. Fa parte del gruppo anche Airbnb Ireland Uc, private unlimited company con sede a Dublino, che ha registrato in Italia il dominio Airbnb.it. Non è da escludere, perciò, che nel perimetro delle azioni che saranno messe in campo dall’Agenzia delle Entrate per tutelare i propri crediti, possa rientrare anche un pignoramento del sito Airbnb.it».

E ancora: «L’ultimo bilancio pubblicato di Airbnb Italy srl evidenzia imposte pagate in Italia per l’anno 2018 per circa 2 milioni di euro. Nello stesso anno, le somme incassate dal gruppo Airbnb a titolo di commissioni sugli affitti incassati nel nostro Paese possono essere stimate in oltre 138 milioni di euro. In altri termini, Airbnb ha deciso di farsi uno sconto sulle tasse ed ha pagato un’aliquota pari all’1,5% dei ricavi. E’ doveroso ricordare che l’aliquota Irpef minima pagata da un cittadino italiano è pari al 23%».




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