18 April 2026

Meli, The Place Firenze: l’ospitalità di lusso? L’autenticità è più importante delle pareti di marmo

“Sono sempre stato un fautore di un’ospitalità sartoriale, basata sul rapporto umano, fatta di persone con cuore e anima, pronte ad accogliere gli ospiti come nella loro casa privata”. Così Claudio Meli sintetizza la propria idea di hotellerie. Il direttore del The Place di Firenze è stato recentemente inserito nella lista dei finalisti del premio Hotelier of the Year 2023, a cura del noto network internazionale di agenzie lusso Virtuoso. Un riconoscimento importante, che giunge in un anno di svolta per la struttura fiorentina di proprietà della famiglia Babini. Insieme al Londra Palace Venezie a all’umbro Borgo dei Conti, l’hotel è stato infatti inserito nel nuovo brand The, The Hospitality Experience, nato lo scorso marzo per raccogliere e valorizzare l’unicità delle tre proprietà.

Come è cambiato il modo di fare hotellerie del lusso diciamo negli ultimi 20 anni? E cosa cercano oggi gli ospiti, nell’era post-Covid?

Proprio 20 anni fa nasceva la casa dove ancora oggi mi trovo come general manager: solo 20 camere nel cuore della meravigliosa Firenze. Dal 2021 rinominato The Place, l’hotel è stato ridisegnato dall’architetto Luigi Fragola, esclusivamente con la collaborazione di artigiani toscani. E credo che siamo riusciti a vincere la difficilissima sfida con cui molti grandi brand internazionali oggi cercano di misurarsi ma con grande difficoltà. Oggi gli expert travellers sono molto di più alla ricerca di autenticità che di pareti di marmo, di vasche jacuzzi (un must degli hotel 5 stelle di un ventennio fa), di opulenza… Come spesso ricordo al mio team, i nostri ospiti vivono nelle più belle ville e case del mondo. Il motivo per cui vogliono soggiornare da noi è proprio quell’added value dato dal fattore umano, dal sense of place che qui davvero respirano dal momento in cui suonano il campanello della porta d’ingresso e il nostro concierge li accoglie come a casa di amici fiorentini. Un principio che vale anche per il nostro ristorante The Kitchen & The Bar, dove il nostro chef Asso, utilizzando solo prodotti biologici del territorio, prepara un menu genuino, di tradizione, fatto di concretezza e di sapori tipici della nostra terra. Il tutto senza deviare verso sperimentazioni che non sono così gradite al pubblico internazionale, spesso a Firenze con la speranza di mangiare come noi mangiamo nelle nostre case”.

Una volta si diceva che l’hotel dovesse far sentire l’ospite come a casa. E il concetto di casa ricorre spesso nelle sue parole. Oggi, in un mondo del turismo sempre più a caccia di esperienze, però è spesso la novità e l’inusuale ciò che cercano gli ospiti in un soggiorno alberghiero. Come fare allora a stupire clienti che, come lei ha sottolineato, sono già abituati ad avare pressoché tutto?

“Io in effetti ribadisco sempre che in hotel ci si debba sentire a casa, cioè a proprio agio. Ma in realtà intendo meglio che a casa. Proprio perché qui si riceve quel servizio così speciale, genuino e pampering che tutti agogniamo quando siamo in vacanza. Accanto a questo gli ospiti di The Place hanno inoltre la possibilità di poter avere aperte porte normalmente chiuse al pubblico, fuori dai soliti itinerari turistici ormai fin troppo battuti. Molto spesso, tuttavia, questo non vuol dire che debbano essere esperienze ultra-esclusive, come l’apertura straordinaria e privata di un museo (cosa che possiamo comunque fare), bensì esperienze semplici per noi locals ma irraggiungibili o addirittura impensabili per un turista visitatore. Viaggiare significa entrare in contratto con la comunità locale, avere uno scambio culturale. Portiamo allora per esempio i nostri ospiti a visitare atelier di artigiani che sosteniamo con la nostra fondazione The Place of Wonders: luoghi di meraviglia dove ancora oggi, grazie al fatto a mano e su misura, si producono manufatti che ci hanno reso unici in tutto il mondo.

Una parola, infine, sullo staff, tanto importante in un contesto labor-intensive come quello dell’hotellerie. Sappiamo bene che oggi le risorse umane sono una questione aperta e che è ancora più difficile di prima riuscire a reperire personale. Quale la vostra strategia a riguardo?

“Questo è un tema molto complesso che riguarda tutto il mondo, non solo l’Italia e non solo il nostro settore. Per noi reperire personale da inserire è ancora più complesso, paradossalmente poiché abbiamo pochi standard operativi. L’unico modo per garantire la sartorialità della nostra ospitalità. Necessitiamo perciò di collaboratori che abbiano molta empatia, siano per prima cosa amanti delle relazioni umane, dell’arte, della cultura, del savoir faire… La mia idea, che oramai porto avanti da tempo anche con vari colleghi di altri hotel a 5 stelle, è che il mondo è molto cambiato proprio negli ultimi 20-30 anni e, ahimè, i salari sono rimasti troppo bassi per le professionalità alle quali ambiamo per la ricerca dei nostri collaboratori. La politica ci deve aiutare a rivedere questi aspetti, con nuovi contratti che premino il lavoratore e aiutino l’imprenditore.

 

 

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