17 March 2026

E Brexit sia… In arrivo momenti difficili per il turismo britannico?

La vittoria di Boris Johnson alle ultime elezioni britanniche significa una cosa precisa. Che, salvo sorprese dell’ultimo minuto, la Brexit questa volta si farà per davvero. La solida maggioranza ottenuta dai Conservatori in Parlamento dovrebbe infatti porre fine all’impasse in cui il Regno Unito si è dibattuto dal momento in cui il referendum fu realizzato nell’ormai lontano 2016.

Ma cosa significherà la Brexit per il turismo britannico? Difficile fare previsioni precise, anche perché molto dipende dai termini ultimi in cui si consumerà il divorzio tra il Paese e l’Unione europea. La Gran Bretagna lascerà con ogni probabilità la Ue a fine gennaio, ma rimarrà in una sorta di limbo transitorio fino a tutto il 2020, quando si definiranno i dettagli delle future relazioni con la Ue. Sarà quello il momento decisivo per capire quale direzione prenderà l’industria dei viaggi britannica.

Quel che è certo, al momento, è che la ritrovata stabilità del Paese ha creato indubbi benefici di breve termine a tutti i business del Paese, aziende dei viaggi incluse. EasyJet e Withbread (quest’ultima proprietaria del brand alberghiero Premier Inn) hanno per esempio registrato entrambe una sensibile crescita del valore delle proprie azioni. Ma nel medio-lungo periodo, cosa accadrà?

Stando a una recente ricerca del magazine Skift, la Brexit non dovrebbe portare nulla di buono all’industria dei viaggi nazionale: «Questa scelta impatterà senz’altro in maniera negativa sul turismo. La questione è solo capire fino a quale punto», recita in particolare il rapporto. Lo studio aveva elaborato tre scenari possibili da qui al 2024, a seconda dei risultati delle trattative in corso: da un’uscita senza accordo, a un divorzio soft, fino all’ipotesi di un Regno Unito ancora nella Ue. E la forbice dei risultati variava da un calo del 7% degli arrivi inbound nella prima ipotesi a un incremento del 3% nel terzo caso. Risultati paragonabili erano stati ottenuti anche per i viaggi outbound.

La Brexit si tradurrà inoltre anche in maggiori restrizioni all’arrivo di lavoratori stranieri nel Regno Unito. In questo caso, a soffrirne sarà soprattutto il comparto dell’ospitalità, dove oggi, stando a Kpmg, ben il 12,3% dei collaboratori impiegati è di origine internazionale, con una punta compresa tra il 25,7% e il 38% (a seconde delle stime) nella città di Londra.

«L’industria dei viaggi l’anno scorso ha contribuito per 23 miliardi di sterline all’economia britannica – ha tra gli altri dichiarato il ceo dell’associazione Ukinbound, Keith Barr -. Al fine di permettere al settore di continuare a crescere, abbiamo bisogno di lavoratori provenienti da tutto il mondo e di un’esperienza quanto più fluida possibile alle frontiere per i nostri ospiti. Dopo la Brexit ci servirà quindi uno sforzo di promozione ingente, teso a presentare il Regno Unito come un Paese accogliente».

Insomma, le previsioni per il turismo britannico post-Brexit non sono delle migliori. Anche se, persino tra gli operatori dei viaggi e dell’ospitalità, non mancano le opinioni opposte. Come per esempio è il caso di Rocco Forte. «E’ vero, negli hotel del Paese, soprattutto nelle grandi città, ci sono spesso tantissimi lavoratori stranieri, specialmente europei – ha dichiarato qualche mese fa il presidente e amministratore delegato di Rocco Forte Hotels -. Ma la Brexit non vuol dire che nessuno potrà più entrare nel Paese. E’ dalla fine della Seconda guerra mondiale che i cittadini del Vecchio continente continuano a venire in Inghilterra. E all’inizio la Ue certo non c’era». L’importante è che l’economia nazionale continui ad andar bene, tanto da essere in grado ancora oggi di creare più posti di lavoro che in qualsiasi altro Paese d’Europa.

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