25 August 2026

Lo shock Covid-19 potrebbe portare l’hotellerie italiana agli anni ‘70

Uno shock capace di generare un calo di oltre 125 milioni di presenze, per una riduzione del 45% sui volumi medi del 2018-2019. Sono gli effetti dell’emergenza coronavirus sul 2020 del comparto alberghiero italiano. E questo nello scenario migliore, che contempla il termine del lock-down entro il prossimo 15 aprile. Perché altrimenti i dati possono peggiorare ulteriormente, arrivando a cali superiori ai 138 milioni di presenze nel caso di ripresa delle attività al 30 aprile e oltre i 153 milioni se si dovesse tornare alla normalità il 15 maggio. Nel complesso è quindi possibile stimare una riduzione della domanda che si colloca fra il 45% e il 55%, a seconda dell’evolversi e della durata delle misure di lock-down. Percentuali che riporterebbero il sistema alberghiero italiano sui livelli di domanda della fine degli anni ‘70.

«In questo momento non ci sono strumenti e dati utili a prevedere i flussi per i prossimi mesi e gli operatori non possono pianificare – spiega il docente dell’Università degli studi di Bologna, Giorgio Ribaudo, autore dello studio per conto di Thrends Italia -. Poco dimostrano gli impatti precedenti sulla domanda registrati nel post 11 settembre o a seguito della Sars del 2002-2003, o ancora quelli della crisi finanziaria del 2008-2009. In quei contesti gli squilibri sull’offerta erano nulli e quelli sulla mobilità, e quindi sulla domanda, erano tutto sommato limitati. In generale, consulenti e analisti si tengono decisamente alla larga dal fare previsioni, perché è insito in questa attività un importante livello di rischio, dato che ci si espone alla possibilità di sbagliare. Ritenendo invece che nel metodo della previsione e nel confronto con prime ipotesi di dati ci sia del valore per gli operatori alberghieri, abbiamo deciso di condividere le riflessioni e le prime conclusioni contenute in questa analisi. Forse una proiezione ragionata può aiutare l’esercizio di pianificazione, tenendo comunque conto di possibili margini di errore».

A sostenere i calcoli di Ribaudo, vi è quindi una serie di considerazioni legate a vario titolo all’emergenza Covid-19. A cominciare dalla riduzione delle ferie, almeno per quanto riguarda il mercato domestico, dove molte aziende ed enti le hanno concesse a parziale copertura dell’attuale periodo di inattività. Salirà anche il rischio percepito dei viaggi a lungo raggio, mentre il fermo prolungato delle attività economiche genererà inevitabilmente una riduzione della capacità di spesa per molti mercati. Il blocco di ogni attività sta inoltre riducendo sensibilmente le finestre di prenotazione, con conseguenze consistenti soprattutto ancora una volta sulla domanda long-haul che si sposterà probabilmente verso mete più vicine. Ma c’è dell’altro: l’inevitabile indebolimento del sistema d’intermediazione classico si riverbererà su molti hotel, in particolari su quelli con una forte presenza di gruppi, mentre gli effetti della crisi potrebbero portare a una contrazione dell’offerta, che a sua volta inciderà sul livello della domanda costretta a rivolgersi altrove per mancanza di camere disponibili. Infine, non bisogna sottovalutare gli effetti dell’informazione sulle eventuali ondate di ritorno del virus e sull’effettivo verificarsi di tale evenienza. Va poi considerato che la crisi finanziaria, innescatasi con il Covid 19 ma con radici purtroppo più profonde, potrebbe avere un effetto negativo sul business travel a livello globale e nel breve periodo potrebbe ridurre la domanda per l’Italia sui mesi di settembre e ottobre, che invece potevano ritenersi molto promettenti per il recupero dei numerosi eventi cancellati durante il primo semestre.

«Nessuno degli avvenimenti passati di carattere globale ha mai evidenziato un tale impatto sulla mobilità dei mercati di incoming, sulla produzione di camere e sull’organizzazione del comparto alberghiero, che attualmente rimane all’oscuro sulle possibilità di programmare i mesi fondamentali per la produzione 2020 – conclude Ribaudo -. Data la quasi totale inutilità di confrontarsi con crisi precedenti, risulta difficile ipotizzare oggi quali siano i tempi di recupero e il possibile evolversi del biennio 2021-2022. I suoi severi impatti si faranno sentire su indotto, sistema bancario, occupazione ma anche presso i comuni: se anche si considerassero, come tassa di soggiorno, solo 3 euro a presenza, il più conservativo degli scenari comporterebbe incassi mancati presso le amministrazioni locali per almeno 375 milioni di euro, escludendo quelli legati alla tassazione di altro tipo. Date però le cause della crisi, e il fatto che i Paesi potrebbero organizzarsi meglio nel corso del 2020, l’emergenza potrebbe d’altro canto rivelarsi di gittata limitata, con effetti significativi sul solo 2020 e gli inizi del 2021. Aspetto, quest’ultimo, che lascia ben sperare per il comparto nel medio termine».

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