27 May 2022

La sostenibilità fa bene al turismo quando si sa cosa cerca il viaggiatore

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«Il numero di arrivi sta aumentando tantissimo, le tendenze sono in crescita, tra sessant’anni avremo 100 volte i numeri del 1960 ed è ovvio che la cosa non può funzionare». Ha esordito in questo modo Joachim Schöpfer, fondatore dell’agenzia Serviceplan Reputation di Berlino, il propio intervento alla tavola rotonda dedicata al turismo sostenibile, svoltasi in occasione della fiera Hotel 2019 di Bolzano.

«Già oggi parliamo di overtourism e in futuro non si potrà crescere all’infinito – ha proseguito Schöpfer -. Non è ciò che vogliamo, né per il turista né per l’abitante locale. Un sistema sostenibile è un sistema capace di durare nel futuro, lo stesso vale per il turismo. Come fare dunque? Trasformare invece di espandere, siccome la crescita non può essere infinita».

La definizione che Schöpfer dà di sostenibilità è quindi «innovazione e individualizzazione, non rinuncia». Ma come si vende la sostenibilità e quanto incide soprattutto sul fatturato? Schöpfer e il suo team hanno condotto una ricerca su brand di largo consumo appartenenti a settori diversi e hanno notato che, per alcuni prodotti, l’immagine di azienda sostenibile paga: comunicare la componente di sostenibilità della propria offerta ha successo, purché sia reale. «È interessante constatare che la sostenibilità deve essere percepita come un valore aggiunto per il cliente. Non deve essere fine a se stessa. E in questa ottica vale la pena investire. La sostenibilità è anche un eccellente motore per l’innovazione, rappresenta una sorta di “license to operate”, che significa che chi è sostenibile non si fa nemici».

La sostenibilità, insomma, fa bene al turismo? Per Schöpfer sì, quando si sa cosa cerca il turista. I fattori che portano alla scelta della vacanza sono tantissimi e variegati, ma sempre più si cercano esperienze individuali. Se si riesce a combinare nella giusta misura la sostenibilità e l’individualizzazione, il turista è disposto a spendere di più. «La sostenibilità deve diventare reale», ha concluso Schöpfer.

Il docente delll’università Leuphana di Lüneburg, Michael Braungart, ha invece preferito concentrarsi sugli aspetti più pragmatici dell’eco-sostenibilità: «Mi piacerebbe capovolgere certe credenze: non conta ridurre a zero la produzione di rifiuti, ma dobbiamo fare in modo che le cose che produciamo facciano bene al nostro ambiente».

Michael Braungart è sostenitore del concetto innovativo “Cradle to Cradle” (dalla culla alla culla), secondo cui bisogna progettare i prodotti affinché ritornino a essere qualcosa di utile. «Avere un impatto climatico zero significherebbe non esistere – continua Braugart -. La troppa efficienza ci porta a fare le cose perfettamente, ma quelle sbagliate. Si deve parlare sempre più di efficacia e non di efficienza. E’ impossibile limitare le cose nocive, siamo in troppi. Bisogna invece ripensare i prodotti, in modo che non ci siano rifiuti ma quello che rimane sia utile, positivo e riutilizzabile: una sorta di banca dei materiali. Qualità, innovazione, bellezza. Un prodotto nocivo non è di qualità. Dobbiamo quindi impegnarci per lasciare un’impronta positiva sull’ambiente, per migliorare il mondo. E questo non significa non produrre, non consumare, non muoversi, ma vuole dire farlo in modo da lasciare un impatto positivo».




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