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Baobab: arriva il primo catalogo Baleari estate 2022

21/04/2022 10:03
Baobab: arriva il primo catalogo Baleari estate 2022

Sono oltre 50 le strutture in programmazione nel primo catalogo Baleari estate 2022 di Baobab, il nuovo to di casa Th Group.  Si parte dal grande ritorno del Punta Prima di Formentera per passare agli appartamenti sparsi a Es Pujols o nel casco antiguo di Ibiza. Fra i nomi conosciuti, sempre a Ibiza, spiccano anche Cala Tarida, Mare Nostrum e Garbi, uno dei 4 stelle più eleganti della vivacissima Playa d’en Bossa. Numerose le esclusive per il mercato italiano siglate con la catena spagnola Globales Hoteles, fra cui si segnalano Mimosa, Palmanova Palace, Honolulu e Cala Viñas a Maiorca e Mediterrani e Binimar a Minorca. Fra le esclusive di spicco, best seller come il Flamboyan Caribe, 4 stelle in prima linea a Magalluf o l’Universal Romantica di Colonia San Jordi.

Con le Baleari debutta anche la nuova piattaforma di packaging dinamico realizzata da Th Group, che consente di abbinare tutto il prodotto in programmazione con Baobab alle migliori compagnie aeree, con tratte dirette da tutti gli aeroporti italiani. I principali collegamenti sono già disponibili con voli da Torino, Milano, Bergamo, Verona, Venezia, Bologna, Roma e Napoli. Presto in arrivo sulla piattaforma altre compagnie aeree con collegamenti da Treviso, Pisa e Cagliari. Fra le curiosità e le novità proposte dalla piattaforma vi è la flessibilità offerta sui bagagli, ovvero l’opportunità di scegliere voli con il solo bagaglio in cabina per uno o più passeggeri con forti risparmi sul totale pratica.

Il nuovo sistema di packaging dinamico proposto alle agenzie coinvolge peraltro pure la programmazione Egitto, dove il volato di linea va a integrare la robusta programmazione charter, e le nuove programmazioni Grecia e Canarie, già in larga parte disponibili sul bxb di Baobab e presto in uscita con i rispettivi cataloghi sia online sia cartacei. “Siamo molto soddisfatti della programmazione messa in campo. – sostiene Alessandro Gandola, direttore di Baobab -. Crediamo che davvero non abbia eguali in termini di gamma, novità e qualità di prodotto fra i marchi rimasti in circolazione sul mercato. Molti fornitori di prestigio hanno scommesso sul nostro progetto e confidiamo che non resteranno delusi”.

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  • 19:20 - Santarelli: “L’AI non sostituirà le spie. Intelligence europea? Il problema è chi cede i propri segreti”

    (Adnkronos) - L’intelligenza artificiale sta democratizzando capacità che fino a pochi anni fa appartenevano a cerchie ristrette di analisti. In pochi secondi è possibile incrociare fonti aperte, ricostruire profili, mettere in relazione persone, aziende e avvenimenti. Ma chiamare tutto questo “intelligence” rischia di generare un equivoco. Perché raccogliere e aggregare informazioni non significa fare spionaggio.

    È uno dei punti su cui insiste Marco Santarelli, analista investigativo delle reti informative e consulente sui temi della sicurezza internazionale, del terrorismo e dell’intelligence. Nei suoi lavori più recenti ha sostenuto che, quanto più cresce il peso dell’AI, tanto più torna centrale la Humint: la raccolta di informazioni attraverso reti e relazioni umane, soprattutto quando l’obiettivo non è conoscere ciò che è pubblico ma penetrare ciò che qualcuno vuole tenere segreto.

    Partiamo dall’AI. Lei sostiene che ci sia un salto rispetto alla prima stagione dei social network.

    “Con Facebook abbiamo assistito a una gigantesca raccolta di dati: gusti, preferenze, comportamenti. Oggi quei database esistono già. Con l’intelligenza artificiale il passaggio, a mio avviso, è dalla quantità alla qualità. Non si tratta soltanto di sapere cosa facciamo, ma di aggregare quelle informazioni, metterle in relazione e costruire modelli sempre più sofisticati. È qui che gli agenti e i sistemi automatizzati cambiano la scala del problema. Il processo diventa molto più rapido e molto meno visibile all’utente”.

    È in questo quadro che lei legge anche il caso Anthropic e le dimissioni del ricercatore Jacob Coxon?

    “Quel caso mi ha colpito soprattutto dal punto di vista comunicativo. Abbiamo un ricercatore che lascia l’azienda mettendo in guardia sui rischi dei sistemi più avanzati e, quasi immediatamente, il vertice della stessa azienda riconosce che il problema esiste. Normalmente davanti a una rottura interna di questo tipo ci aspetteremmo una dinamica diversa. Non dico che questo dimostri una pianificazione, ma trovo interessante il modo in cui la vicenda ha contribuito ad accendere ancora di più l’attenzione sui pericoli dell’AI. In una fase come questa bisogna osservare non soltanto la tecnologia, ma anche la narrazione costruita intorno alla tecnologia”.

    Un giornalista oggi può chiedere a un modello AI di ricostruire in pochi secondi un profilo per il quale prima sarebbero servite ore o giorni. Non viene meno uno dei tradizionali vantaggi informativi dell’intelligence?

    “Viene meno una parte di quel vantaggio. La capacità di aggregazione dell’AI rende accessibile a moltissime persone qualcosa che prima richiedeva software specifici, competenze e molto tempo. Ma bisogna stare attenti a non confondere questa capacità con lo spionaggio. Una cosa è l’Osint, una cosa è la business intelligence o una due diligence, un’altra ancora sono spionaggio e controspionaggio”.

    “Posso chiedere a un sistema di ricostruire il profilo di una persona o le connessioni di un’azienda. Posso ottenere moltissimo da fonti aperte. Ma l’AI non mi dice se una determinata persona è stata infiltrata in un’organizzazione per rubare un brevetto. Per arrivare a quell’informazione servono ancora fonti, informatori, presenza fisica sul territorio, reti costruite nel tempo”.

    È una distinzione sulla quale Santarelli insiste anche nei suoi scritti: l’AI si sta affiancando alla Humint nelle attività di raccolta e controspionaggio, “non sostituendo” la componente umana.

    Quindi più cresce l’AI, più diventa importante il fattore umano? Sembra un paradosso.

    “Per me è esattamente così. Più cresce la tecnologia, più l’intelligence deve conservare una rete informativa umana. L’AI può essere un formidabile strumento di controllo, verifica e aggregazione, ma esiste un livello dell’informazione che nasce soltanto dalla presenza sul campo. Pensiamo a un porto strategico, a un cavo sottomarino, a un ambiente industriale sensibile. Bisogna capire chi si muove, con chi parla, perché è lì. Questo non coincide con l’analisi automatizzata di informazioni già disponibili”.

    C’è poi un problema ulteriore: l’abbondanza di informazioni sintetiche rende più difficile distinguere ciò che è autentico da ciò che è manipolato. “Un’immagine può essere modificata, una ricostruzione può essere orientata. L’intelligence non può limitarsi ad assorbire ciò che trova in rete: deve anche chiedersi da dove arriva quell’informazione e chi può avere interesse a farla circolare”.

    Arriviamo all’ipotesi di una intelligence europea. È realisticamente possibile avere un servizio di Bruxelles?

    “Politicamente è una bella idea. Operativamente è molto più difficile. Già all’interno dei singoli sistemi nazionali il passaggio delle informazioni segue procedure, livelli di classificazione e catene di responsabilità molto precise. Immaginiamo di moltiplicare questo problema per ventisette. Il punto non è creare un ufficio a Bruxelles: è capire quali informazioni i servizi nazionali sarebbero davvero disposti a trasferirgli”.

    “L’intelligence vive anche di segreti che uno Stato considera propri. Non penso che, almeno in tempi brevi, i grandi servizi europei siano pronti a cedere con facilità reti, fonti, capacità operative o informazioni particolarmente sensibili. La collaborazione già esiste ed è molto forte in diversi settori. Ma una cosa è collaborare, un’altra è centralizzare”.

    Quindi più che una “CIA europea” immagina una rete più stretta tra i servizi nazionali?

    “Quella mi sembra una prospettiva più concreta, almeno nel breve periodo. Esistono ambiti nei quali si può condividere di più: il finanziamento del terrorismo, i movimenti finanziari transfrontalieri, le criptovalute, determinate minacce cyber. E ci sono obiettivi sui quali gli interessi europei convergono chiaramente. Ma l’idea che ogni Paese metta semplicemente in comune tutto ciò che sa è un’altra cosa”.

    Il modello Five Eyes, osserva, dimostra proprio quanto sia difficile separare la condivisione dell’intelligence dalla fiducia politica costruita nel tempo. Santarelli ha sottolineato recentemente come gruppi più ristretti di servizi europei stiano già cooperando su obiettivi particolarmente difficili, a partire da Russia e Cina: più plausibile, dunque, procedere per cerchi di fiducia e missioni comuni che decretare dall’alto la nascita di un unico servizio. Giornale Diplomatico

    Sul cyber, invece, la rincorsa tecnologica sta favorendo chi attacca o chi difende?

    “Sta cambiando innanzitutto l’economia del settore. L'immagine romantica dell’hacker solo in una stanza che con pochi mezzi riesce a mettere in difficoltà una grande organizzazione non descrive più tutto il sistema. La potenza computazionale costa, la sicurezza avanzata costa, e questo concentra capacità molto sofisticate nelle mani di chi dispone delle risorse per sostenerle”.

    “Per questo dobbiamo porci un problema di sovranità tecnologica. Se apparati pubblici, forze di polizia o strutture sensibili utilizzano tecnologie che non controlliamo fino in fondo, dobbiamo sapere da dove provengono, chi le produce, quali dipendenze creano. In questo senso credo vada rafforzata la logica del Golden Power: non guardare soltanto alla proprietà di un'azienda, ma alle tecnologie davvero strategiche per il Paese e alla loro filiera”.

    La stessa preoccupazione riguarda i segreti industriali: l’uso non controllato di piattaforme AI può esporre codici, know-how e informazioni riservate, trasformando una questione aziendale in un problema di sicurezza nazionale quando sono coinvolti settori come difesa, energia o telecomunicazioni.

    Lei arriva a proporre un controllo molto più forte anche sui brevetti. Non rischia di diventare un'impostazione eccessivamente dirigista?

    “Non parlo di controllare la ricerca scientifica o di bloccare l’innovazione. Il problema è conoscere e proteggere ciò che ha un valore strategico. Oggi la tecnologia arriva con estrema rapidità sia a chi la utilizza legittimamente sia a chi vuole usarla per scopi criminali. Dobbiamo preoccuparci non soltanto di quanto costa un prodotto, ma di dove atterra, di chi può utilizzarlo e con quali conseguenze”.

    Alla fine, però, nessuna tecnologia può promettere sicurezza assoluta.

    “Assolutamente. Tutto ciò che è collegato a una rete presenta una superficie di attacco. E oggi il cyber non colpisce soltanto il sistema informatico, colpisce la persona. Se ricevo una telefonata con la voce perfettamente riprodotta di mio figlio che mi dice di avere bisogno immediatamente di denaro, il problema non è più soltanto tecnico: è emotivo”.

    “Per questo la sicurezza deve diventare cultura diffusa. Le persone devono imparare a controllare l’origine di un file, un indirizzo, i metadati di un documento, a riconoscere le anomalie. Sono nozioni che dovrebbero cominciare a essere insegnate già dalle elementari. Non trasformeremo tutti in esperti di cyber, ma possiamo rendere molto più difficile sfruttare la vulnerabilità più semplice: quella umana".

    In un suo recente articolo ha scritto: “L’AI è metodologica, la spia è culturale”. È questa, in fondo, la sintesi?

    “Sì. L’intelligenza artificiale può elaborare una quantità enorme di informazioni e trovare collegamenti con una velocità che un essere umano non potrà mai avere. Ma l’intelligence non è soltanto elaborazione. È comprensione del contesto, capacità di leggere le persone, di costruire una relazione, di capire ciò che non viene detto. A volte, mentre tutto accelera, il compito dell’analista è esattamente il contrario: rallentare, separare il rumore dall’informazione e dare al decisore qualcosa che abbia davvero un significato”.

  • 18:48 - Pizzol: "Contento della vittoria al contest Acea, un lavoro faticoso sotto il sole di Anzio"

    Roma, 13 ott. (Adnkronos) - “Sono molto contento di questa vittoria. Voglio ringraziare Acea, la Festa del Cinema e il Centro Sperimentale di Cinematografia per questa opportunità. È stato un lavoro molto faticoso, molto sudato, perché lo abbiamo realizzato sotto il sole della spiaggia di Anzio a 40 gradi. Però, a quanto pare, il risultato si vede”. Così Romeo Pizzol, regista del cortometraggio “Un lavoretto pulito”, vincitore della terza edizione del contest “I mille volti dell’acqua”, promosso da Acea in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia, a margine della premiazione all’Auditorium Parco della Musica di Roma, in occasione della Festa del Cinema. Il corto, dedicato al tema della depurazione delle acque, è stato selezionato tra oltre 90 lavori provenienti anche dall’estero. “Ringrazio la troupe e il cast. Alla fine, anche le cose più complicate si possono risolvere con un gioco da bambini”, ha aggiunto Pizzol. Sull’origine del progetto, il regista ha spiegato: “L’idea è nata dalla mia esperienza, perché sono laureato in chimica ambientale e durante i tirocini universitari ho frequentato gli impianti di depurazione delle acque. Quando ho visto che c’era la possibilità di raccontarli, ho deciso di accogliere questa sfida e provare a descrivere quello che avevo studiato”.

  • 18:40 - Acea premia il cortometraggio vincitore del contest 'I mille volti dell’acqua'

    Roma, 13 ott. (Adnkronos) - “Un lavoretto pulito” ha vinto come miglior cortometraggio il contest 'I mille volti dell’acqua'. Il concorso, promosso da Acea e realizzato in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia, è dedicato a cortometraggi inediti capaci di raccontare l’acqua attraverso la fiction, il documentario o l’animazione, in sintonia con gli obiettivi di sostenibilità del Gruppo. Il tema dell’edizione 2026 è stato “Dalla depurazione nasce il mare che viviamo”, un percorso che racconta il viaggio dell’acqua e l’importanza di proteggerne ogni fase.

    Girato dal regista Romeo Pizzol, il cortometraggio affronta il tema della depurazione dell’acqua attraverso il simpatico dialogo su una spiaggia tra un giovane ingegnere pedante e una bambina impegnata nel costruire un castello di sabbia. Il corto vincitore è stato proiettato oggi durante la serata inaugurale della Festa del Cinema di Roma. Al videomaker vincitore è stato assegnato il Premio Acea, accompagnato da un contributo di 5.000 euro. Due giurie, una tecnica composta dai vertici Acea e da esperti del Centro Sperimentale di Cinematografia e una formata da dipendenti dell’azienda, hanno selezionato il cortometraggio tra oltre 90 lavori presentati, anche dall’estero, al contest.

    All’evento di premiazione, condotto dal giornalista di Sky Alessio Viola, che si è svolto nel Teatro Studio Borgna dell’Auditorium Parco della Musica, erano presenti Alessandro Rivera, presidente di Acea, Gabriella Buontempo, presidente del Centro Sperimentale di Cinematografia e Salvatore Nastasi, presidente Fondazione Cinema e di Festa del Cinema di Roma, e gli autori in concorso.

    All’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone l’acqua torna protagonista con Acea che quest’anno 'festeggia' i 20 anni di sodalizio con la Festa del Cinema di Roma e lo fa con un allestimento dedicato alla cultura dell’acqua e alla sensibilizzazione sulla tutela di una risorsa essenziale. Al centro dello stand ci sarà una vera icona della città: il nasone, la storica fontanella romana. A guidare i visitatori verso lo stand sarà il Blu Carpet, il tappeto che per l’occasione si tinge dei colori dell’acqua. Durante i giorni della kermesse nell’App di Acea 'Acquea', dove sono localizzate tutte le fontanelle storiche di Roma, sarà possibile trovare i nasoni 'protagonisti' di alcune scene di film del cinema italiano.

    Torna anche 'Gocce di Cinema', la rassegna curata dalla Fondazione Cinema per Roma e dedicata al rapporto tra acqua e settima arte. La selezione propone film che affrontano il tema da prospettive diverse: ecologica, naturalistica, culturale, artistica, onirica e religiosa, attraverso lo sguardo di alcuni dei registi che hanno segnato la storia del cinema.

  • 18:40 - Rivera (Acea): "Vent’anni di collaborazione, partnership destinata a continuare"

    Roma, 13 ott. (Adnkronos) - “Acea è di nuovo qui alla Festa del Cinema di Roma per il ventesimo anno consecutivo. È un sodalizio, un rapporto tra la nostra azienda e questa manifestazione che si è dimostrato produttivo e di lunga durata. La soddisfazione è reciproca e siamo in una partnership destinata a continuare ancora”. Così Alessandro Rivera, presidente di Acea, a margine dell’evento dedicato alla proiezione e alla premiazione dei cortometraggi del contest 'I Mille Volti dell’Acqua', promosso dall’azienda in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia, all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma, nell’ambito della Festa del Cinema. Giunto alla terza edizione, il concorso è rivolto a videomaker italiani e internazionali, chiamati ogni anno a realizzare cortometraggi dedicati a un diverso aspetto del mondo dell’acqua.

    “Tra le tante iniziative legate alla sensibilizzazione sul tema dell’acqua abbiamo promosso anche una sorta di concorso nel concorso, raccogliendo candidature di videomaker non soltanto italiani, ma anche stranieri. Quest’anno abbiamo scelto un tema delicato e importante, non semplice da raccontare, quello della depurazione. Credo che i partecipanti siano riusciti a ottenere risultati molto buoni, anche dal punto di vista della sensibilizzazione”, ha aggiunto Rivera.

  • 18:37 - Rivera (Acea): "Vent’anni di collaborazione, partnership destinata a continuare"

    Roma, 13 ott. (Adnkronos) - “Acea è di nuovo qui alla Festa del Cinema di Roma per il ventesimo anno consecutivo. È un sodalizio, un rapporto tra la nostra azienda e questa manifestazione che si è dimostrato produttivo e di lunga durata. La soddisfazione è reciproca e siamo in una partnership destinata a continuare ancora”. Così Alessandro Rivera, presidente di Acea, a margine dell’evento dedicato alla proiezione e alla premiazione dei cortometraggi del contest 'I Mille Volti dell’Acqua', promosso dall’azienda in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia, all’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone di Roma, nell’ambito della Festa del Cinema. Giunto alla terza edizione, il concorso è rivolto a videomaker italiani e internazionali, chiamati ogni anno a realizzare cortometraggi dedicati a un diverso aspetto del mondo dell’acqua.

    “Tra le tante iniziative legate alla sensibilizzazione sul tema dell’acqua abbiamo promosso anche una sorta di concorso nel concorso, raccogliendo candidature di videomaker non soltanto italiani, ma anche stranieri. Quest’anno abbiamo scelto un tema delicato e importante, non semplice da raccontare, quello della depurazione. Credo che i partecipanti siano riusciti a ottenere risultati molto buoni, anche dal punto di vista della sensibilizzazione”, ha aggiunto Rivera.

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