29 November 2020

Uvet travel index: il bt italiano in ripresa

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Il fermo immagine è difficile. Eppure, se si fanno scorrere i fotogrammi in avanti, il risveglio dalla crisi non pare più così lontano. Lo scenario d’insieme, quello da incubo, ce lo forniscono i dati del Fondo monetario internazionale (Fmi): dal 2007 a oggi, il prodotto interno lordo italiano è sceso dell’8,54%, mentre la disoccupazione è contemporaneamente salita di 6,39 punti percentuali, attestandosi attorno all’attuale 12,5% (dati Istat). Ma a fare davvero paura sono le cifre sugli investimenti e sulla produzione industriale: dei veri e propri crolli, con cali rispettivamente pari al -27,94% e al -23,36%. Un baratro da cui l’Italia potrà risalire solo in otto-undici anni, a seconda che si consideri il pil o proprio gli investimenti.

La speranza arriva invece dall’Uvet travel index: presentato a Milano da The European House – Ambrosetti, in occasione del recente BizTravelForum, l’indice economico basato sull’andamento del business travel nazionale prevede una crescita del pil Italia pari all’1% nel 2014; una stima superiore di o,3 punti percentuali rispetto a quanto pronosticato dalla Commissione europea e dallo stesso Fondo monetario internazionale (Fmi), nonché addirittura pari al doppio dell’incremento previsto dall’Ocse, fermo a un timido +0,5%. «Il dato è particolarmente significativo», ha raccontato durante il convegno inaugurale, il managing partner The European House – Ambrosetti, Valerio De Molli, «perché il nostro indice è stato quello che, a gennaio di quest’anno, si era avvicinato maggiormente al dato reale sull’andamento dell’economia italiana, prevedendo un calo dell’1,5% contro il -0,5% pronosticato dall’Istat e il -0,6% di Confindustria. E oggi sappiamo che il nostro pil scenderà, con ogni probabilità, di una percentuale superiore all’1,7%».

L’Uvet travel index nasce, in particolare, dalla constatazione della stretta correlazione tra andamento dell’economia e trend del settore del turismo corporate. Una connessione intuitiva che The European House – Ambrosetti ha studiato approfonditamente a partire dalle serie storiche del Business Travel Survey, l’indagine griffata Uvet American Express che dal 2006 monitora i dati di circa 700 aziende, elaborando un parametro tendenziale, il cui trend rispecchia al 94% l’andamento del prodotto interno lordo del paese.

 

Ben 1,2 milioni di viaggi d’affari in meno tra 2012 e 2011, ma anche un comparto capace di generare efficienza, che pur dovendo far fronte a una situazione congiunturale particolarmente difficile, ha saputo produrre competitività economica. Sono queste le evidenze più significative dell’ultimo Business travel survey presentato a Milano, in occasione dello stesso convegno inaugurale del BizTravelForum.

Mentre infatti, dal 2006 a oggi, la crisi trascinava a picco con sé le performance del settore, le tariffe dei trasporti crescevano del 32% e il tasso di inflazione cumulato si attestava a quota 18,5%, i prezzi del comparto dei viaggi d’affari organizzati scendevano del 29%. «Il che significa un risparmio totale di 4,8 miliardi di euro», ha dichiarato il padrone di casa, il presidente di Uvet American Express, Luca Patanè. «È questa infatti la cifra di spesa aggiuntiva che si sarebbe ottenuta se le tariffe delle trasferte business fossero aumentate ai ritmi di quelle del comparto dei trasporti».

Ma in questi sette anni si è assistito pure a un netto cambiamento delle abitudini di consumo delle imprese. «Alle prese con le difficoltà economiche legate alla crisi, le aziende hanno cominciato a cercare nuovi sbocchi al proprio business» ha proseguito Patanè. «È così che le trasferte verso le destinazioni più tradizionali dell’Europa e del Nord America hanno perso progressivamente peso relativo, con la notevole eccezione di due realtà emergenti quali la Russia e la Turchia. Dall’altro capo è invece aumentata l’importanza di altre mete come il Sud America, il Medio Oriente o l’Africa. Il Continente nero, in particolare, proprio in questi ultimi anni sta registrando una forte crescita della domanda business, soprattutto verso la Nigeria. Certo, si tratta di numeri ancora piccoli in senso assoluto, ma il trend rimane in ogni caso di grande interesse». Un discorso a parte merita infine l’Asia, il cui appeal ha fatto recentemente segnare un certo rallentamento dei suoi tassi di crescita. «Soprattutto la Cina, paese culturalmente lontano dalla mentalità degli imprenditori italiani, mentre la domanda per l’India, paese fino a ieri relativamente poco esplorato dalle nostre aziende, sta aumentando a ritmi esponenziali».




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