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FlixBus sbarca in Brasile: operative le corse da San Paolo per Rio de Janeiro e Belo Horizonte

Flix e Europe’s Famous Hostels hanno siglato una collaborazione per promuovere in Europa un approccio più virtuoso al viaggio, estendendo l’iniziativa sia al periodo estivo che alla bassa stagione.

Le due realtà prevedono un sistema di agevolazioni che punta a valorizzare gli sforzi dei viaggiatori più responsabili e si basa su un duplice vantaggio.

Da un lato, chi prenota tramite famoushostels.com beneficerà di uno sconto fino al 20% sul soggiorno in ostello se raggiunge la sua destinazione con FlixBus anziché con altre soluzioni di trasporto più inquinanti, evitando così significative emissioni di CO2.

Il valore esatto dello sconto su ciascuna prenotazione è calcolato dalla piattaforma Eco-Wanderer sviluppata da Europe’s Famous Hostels, che confronta il fattore medio di emissioni per passeggero/km di FlixBus con quello di un volo aereo per un itinerario specifico e genera un voucher corrispondente. Per riscattare lo sconto, i viaggiatori dovranno semplicemente mostrare il biglietto FlixBus e il voucher generato al momento del check-in presso la struttura selezionata.

Inoltre, i viaggiatori riceveranno uno sconto da utilizzare sulla rete internazionale di Flix, che collega più di 5.600 destinazioni in oltre 40 Paesi.

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  • 18:37 - Pagnozzi (Biorepack): "L'Italia traina l'innovazione in bioeconomia"

    Roma, 15 ott. (Adnkronos/Labitalia) - "L’Italia, attraverso una filiera come quella delle bioplastiche compostabili, sta dando delle risposte” di sostenibilità “utilizzando strumenti innovativi. I sacchetti, per parlare di questioni concrete, che servono oggi per portare a casa la spesa, servono poi per poter conferire i rifiuti. L’Italia ha una leadership in Europa, in quanto raccoglie 5 milioni di tonnellate di rifiuti umidi dalle nostre mense, dalle nostre cucine, dalle nostre case". Così Carmine Pagnozzi, direttore generale Consorzio Biorepack, partecipando oggi a Roma al panel su ‘Decarbonizzazione, economia circolare e territorio’, all’Adnkronos Q&A dedicato alla sostenibilità.

    "Il consorzio Biorepack - spiega Pagnozzi - gestisce a fine vita i rifiuti di questa industria delle bioplastiche compostabili. Da oltre vent’anni abbiamo delle norme che ci consentono di tracciare il modello della bioeconomia circolare, realtà in cui l’Italia in particolare è all’avanguardia all’interno del panorama geopolitico europeo e anche internazionale, trainando questo tipo di innovazioni. Siamo l’espressione della responsabilità estesa delle aziende che producono un certo tipo di materiali, di prodotti e di imballaggi. La nostra richiesta - conclude - è di dispiegare la vela della bioeconomia".

  • 18:33 - Bonifazi (Lidl): "Impegno e iniziative per restituire valore alla comunità"

    Roma, 15 ott. (Adnkronos) - "Siamo nel Paese dal 1992 e abbiamo sviluppato un profondo legame con il territorio e con la società. È stato proprio questo legame che, nel corso degli anni, ha portato a far diventare la sostenibilità un vero e proprio pilastro della nostra strategia aziendale. La mission, offrire ai nostri clienti prodotti di elevata qualità al miglior rapporto qualità-prezzo, è sempre stata affiancata dall’impegno di restituire valore alla comunità. Il report di sostenibilità è sempre stato lo strumento più idoneo per una comunicazione trasparente agli stakeholder". Così Alessia Bonifazi, direttrice Corporate Affair Lidl, partecipando all’Adnkronos Q&A dedicato alla sostenibilità, oggi a Roma.

    "Abbiamo sempre pubblicato il report su base volontaria, ma ci siamo chiesti: chi lo legge? Abbiamo quindi introdotto alcune nuove modalità di comunicazione. Di recente abbiamo lanciato il nostro primo magazine della sostenibilità. Questo - spiega Bonifazi - non perde il rigore dei dati, ma li integra corredandoli delle testimonianze della filiera e di colleghe e colleghi che hanno portato avanti progetti in azienda contribuendo al raggiungimento dei risultati e dei Kpi rendicontati". La strategia di sostenibilità di Lidl "parte dalla consapevolezza degli impatti che la nostra attività genera lungo tutta la catena del valore, sia a monte sia a valle - precisa - Siamo un’azienda della grande distribuzione organizzata e distribuiamo principalmente prodotti alimentari e di prima necessità. Il nostro assortimento è composto per l’80% da private label: possiamo avere un margine d’azione molto ampio".

    "È proprio da qui che parte l’attenzione verso il territorio - illustra Bonifazi - Ci impegniamo a valorizzare le eccellenze e i produttori italiani e a conservare le risorse utilizzate per produrre gli articoli dell’assortimento, affinché non vengano poi sprecate. Con una iniziativa abbiamo reso protagonista il cliente. Si tratta del ‘sacchetto antispreco’ che contiene 4 chili di frutta e verdura mista, forse non più perfetta dal punto di vista estetico, ma assolutamente ancora buona e sicura per il consumatore, a un prezzo fisso di 3 euro. Il consumatore - prosegue - ha quindi la possibilità, da un lato, di contribuire alla conservazione delle risorse e, dall’altro, anche di risparmiare. Nel 2025 abbiamo venduto 1,3 milioni di questi sacchetti, contribuendo a salvare circa 5mila tonnellate di prodotti ortofrutticoli. Nell’altra iniziativa consideriamo invece il fine vita del prodotto. Abbiamo coinvolto i nostri collaboratori e dipendenti. Dal 2018 abbiamo avviato una collaborazione con Banco Alimentare che, grazie anche allo straordinario lavoro dei suoi volontari, ci consente di recuperare buona parte delle eccedenze che si generano all’interno dei nostri punti vendita. L’obiettivo - sottolinea - è dare nuova vita al cibo e metterlo a disposizione delle famiglie che sul territorio ne hanno effettivamente bisogno. Nel solo 2025, grazie ai volontari di Banco Alimentare, siamo riusciti a recuperare più di 9.200 tonnellate di cibo ancora buono e sicuro, equivalenti a 18 milioni e mezzo di pasti che sono stati distribuiti. Questo ci consente di svolgere un ruolo attivo all’interno del nostro ecosistema sociale, del quale - conclude - ci sentiamo sicuramente parte integrante".

  • 18:30 - Roth (Novo): "Innovazione e ricerca per creare salute e valore duraturo"

    Roma, 15 ott. (Adnkronos/Labitalia) - "Per un’azienda che si occupa di salute, come Novo, che investe costantemente nella ricerca e nell’innovazione nell’ambito specifico delle malattie croniche, l’obiettivo è creare un valore duraturo nel tempo, cominciando oggi. Recentemente ha innovato anche la sua visione con questo concetto del ‘Lasting health starts now’, che significa creare salute nel tempo, iniziando ora. Come? Con l’innovazione, con una ricerca che punta a realizzare e mettere a disposizione delle persone terapie sempre più efficaci, sempre più sicure, ma in grado di avere un impatto concreto sulla qualità della vita". Così Isabella Roth, Associate Director External Communication & Sustainability Novo Italia, partecipando oggi a Roma al panel ‘Il valore concreto della sostenibilità’, nel corso di Adnkronos Q&A.

    L’innovazione "assume ancora più senso - sottolinea Roth - parlando di malattie croniche come obesità e diabete. Oggi, in Italia, il diabete colpisce quattro milioni di persone e il 90% di queste è affetto da diabete di tipo 2, una patologia cronica che è causa di circa 75mila decessi l’anno e che ha un impatto in termini di sistema e di costi superiore ai 20 mld di euro. L’Oms, Organizzazione mondiale della sanità, stima che il 24% dell’incidenza delle malattie croniche sia legato all’ambiente. Novo cerca di coniugare l’innovazione e la ricerca con terapie in grado di incidere sulla vita delle persone, semplificando la gestione della malattia, portando benefici clinici, ma anche generando valore nella qualità della vita e per la società anche attraverso il rispetto dell’ambiente".

    Per tenere insieme salute, innovazione e sostenibilità, "servono scelte, investimenti e obiettivi concreti - afferma Roth - che, a partire dalla ricerca, arrivano a risultati chiari e misurabili, attraverso un approccio a 360 gradi. Un esempio risale a un paio di anni fa: Novo, a distanza di cento anni dalla scoperta dell’insulina, ha introdotto la prima insulina settimanale al mondo, una terapia innovativa che ha unito salute, ambiente e società e ha cambiato radicalmente la gestione di questa patologia. L’Italia, in questo ambito, è stata ed è un Paese capofila, perché attento a recepire le innovazioni e a integrare tutti questi elementi. Oggi - rimarca - questa innovazione e questa ricerca non si fermano, anzi. È imminente, per esempio, l’arrivo di una nuova e innovativa formulazione terapeutica che alla già citata insulina settimanale unisce un’altra molecola innovativa, semaglutide, in un’unica nuova formulazione. Si tratta di una terapia in grado di rispondere alle esigenze cliniche e di andare incontro alle necessità delle persone, ma al tempo stesso di garantire la sostenibilità del sistema, non limitandosi a incidere sui costi, ma anche generando valore e proteggendo l’ambiente”. C’è una ricerca continua per portare “soluzioni terapeutiche - puntualizza Roth - da giornaliere a settimanali e le iniettive a orali. Questo significa, per esempio, risparmiare sull’utilizzo della plastica: in questo modo, l’innovazione si integra con i pilastri strategici - le persone, la società e l’ambiente - per innovare generando valore duraturo nel tempo".

  • 18:30 - Lenti (Sace): "Risultati economici migliori con performance Esg elevate"

    Roma, 15 ott. (Adnkronos/Labitalia) - "Le imprese operano in un contesto geopolitico molto instabile, caratterizzato dalla transizione energetica, dal cambiamento climatico e dalle difficoltà di approvvigionamento delle risorse. È quindi un contesto in cui sono chiamate a investire in innovazione, transizione energetica e nuove tecnologie per ridurre i costi, contenere i rischi e diventare anche più resilienti e competitive sui mercati. E questo vale per tutte le aziende, soprattutto per le nostre aziende del Made in Italy, che hanno sempre fatto della competenza, della qualità e dell’innovazione il loro punto di forza. Anche le nostre aziende devono spingersi a investire nella transizione energetica e nell’innovazione tecnologica per diventare sempre più resilienti e competitive". Così Lavinia Lenti, Head of Sustainability Sace, partecipando all’Adnkronos Q&A dedicato alla sostenibilità, oggi a Roma.

    "Non si tratta di slogan - spiega Lenti - Alcune ricerche indicano che le imprese con performance Esg più elevate registrano risultati migliori. Se non ricordo male si parla di un valore aggiunto superiore del 16,7% rispetto alle imprese con performance Esg inferiori. Queste imprese, inoltre, ottengono anche risultati più positivi in termini di ricavi e occupazione: con una crescita dei ricavi, negli anni 2017-2024, del 65%, contro il 55% di quelle con performance Esg inferiori. Per quanto riguarda l’occupazione, parliamo di un +40% contro un +28%". C’è poi un altro dato "interessante, per noi di Sace - continua Lenti - La quota di export rispetto al fatturato è maggiore nelle imprese più sostenibili: 37% contro il 30%. Inoltre, queste imprese sono più resilienti e hanno una maggiore capacità di operare in un numero più ampio di mercati, quindi una diversificazione geografica più estesa. Si considerano 26 Paesi di destinazione per le imprese sostenibili che esportano, contro i 16 Paesi di destinazione delle imprese che non esportano. Questi numeri - osserva - ci dicono che effettivamente esiste un ritorno reale per le imprese. Stiamo inoltre passando da una logica di misurazione dell’output, cioè che cosa facciamo, a una logica di misurazione dell’outcome, cioè quali effetti produciamo a livello di sistema. È un tema molto rilevante per noi. Non misuriamo solamente quante garanzie concediamo o quante aziende supportiamo e accompagniamo nel loro percorso internazionale, ma cerchiamo di compiere un passaggio ulteriore: capire quanto export le nostre operazioni abbiano abilitato e quanti investimenti siamo riusciti a rendere possibili".

    "Stiamo anche introducendo logiche di misurazione dell’impatto socio-ambientale, valutando il Roi delle nostre operazioni, almeno di quelle più grandi per le quali disponiamo di dati - illustra Lenti - Un altro elemento importante che abbiamo introdotto nel nostro piano è il tema dell’addizionalità. Si tratta di cercare di misurare quale quota di questi impatti sia effettivamente attribuibile all’intervento di Sace, ovvero in quali casi la garanzia pubblica sia in grado di abilitare finanziamenti che, per durata, tipologia di rischio o importo, non sarebbero facilmente sostenibili dal mercato senza il nostro supporto. Cerchiamo quindi di capire quale sia esattamente la quota di impatto generata attraverso il nostro specifico contributo. Questo è molto importante perché - precisa - ci consente non solo di misurare, ma soprattutto di guardare in prospettiva, capire quali effetti generiamo con le nostre operazioni per selezionare investimenti capaci di generare un impatto economico, quindi sul Pil e sull’occupazione, ma anche a livello ambientale e sociale".

  • 18:28 - Diodato: “Siamo già in un mondo post-americano. Senza l’Europa Putin avrebbe vinto in Ucraina”

    (Adnkronos) - Siamo già entrati in un mondo post-americano, ma il prossimo secolo non sarà necessariamente cinese. E neppure è scontato che la competizione tra Washington e Pechino produca una nuova Guerra fredda. La transizione che stiamo attraversando è più complessa: gli Stati Uniti non riescono più a garantire da soli l'ordine internazionale che hanno costruito, mentre nessun'altra potenza sembra in grado di raccoglierne l'eredità. La Cina prova a riempire questo vuoto, soprattutto cercando di riscrivere le regole e di proporre una propria visione della civiltà. L'Europa, nonostante le divisioni interne, potrebbe trovare uno spazio di azione.

    È la lettura che Emidio Diodato, professore ordinario di Scienza politica all'Università per Stranieri di Perugia, propone in questa intervista ad Adnkronos, prendendo le mosse dal suo libro , appena pubblicato da Carocci in una seconda edizione profondamente rielaborata rispetto a quella del 2011.

    Il volume affronta anzitutto una questione preliminare: che cosa intendiamo davvero quando parliamo di geopolitica? Una domanda meno scontata di quanto sembri, soprattutto in un'epoca nella quale il termine è diventato onnipresente nel dibattito pubblico, applicato indifferentemente alle guerre, alle rotte commerciali, alle tecnologie e alle scelte dei governi. Diodato parte dall'immagine biblica della torre di Babele, simbolo di una disciplina nella quale spesso gli studiosi utilizzano la stessa parola attribuendole significati diversi. E mette in guardia dal rischio che la geopolitica finisca per trasformarsi in “egopolitica”, una rappresentazione del mondo modellata sulle convinzioni di chi la propone.

    Per ritrovare un metodo, il libro attraversa più di un secolo di pensiero geopolitico, dai teorici del potere marittimo e continentale, Alfred Thayer Mahan e Halford Mackinder, fino agli studi contemporanei sulla sicurezza regionale, la globalizzazione e le identità culturali. Il risultato è un approccio che tiene insieme tre dimensioni: geostrategica, geoeconomica e geoculturale. La geografia continua a contare, ma il potere passa anche attraverso le infrastrutture, le reti commerciali e finanziarie, le tecnologie e la capacità di definire standard riconosciuti dagli altri.

    Da questa prospettiva Diodato ricostruisce il “destino manifesto” degli Stati Uniti, dalla dottrina Monroe all'ordine atlantico, individuando nella politica di Donald Trump il recupero di una tradizione americana più antica dell'internazionalismo liberale. Il riferimento a William McKinley, le rivendicazioni su Panama e sull'Artico, perfino la decisione di ribattezzare il golfo del Messico sono tasselli di una visione del potere fondata sul controllo dei grandi spazi.

    Il paradosso è che proprio mentre Washington torna a ragionare in questi termini, Pechino tenta di affermare un diverso modello di leadership. “La Cina vuole sostituire gli Stati Uniti nel dettare gli standard di civiltà”, spiega Diodato, indicando nella neonata organizzazione internazionale per la cooperazione sull'AI, con sede a Shanghai, un esempio di questa strategia.

    L'Europa, intanto, resta sospesa tra ambizioni e divisioni. Eppure, secondo il politologo, il suo ruolo è stato determinante proprio nella crisi che più di ogni altra ha messo in discussione l'ordine del continente: “Senza l'Unione europea la guerra in Ucraina sarebbe conclusa, e si sarebbe conclusa con una vittoria di Putin”. Un giudizio che accompagna a una posizione favorevole a un compromesso per fermare il conflitto. Sul futuro dell'Unione, sulla competizione con la Cina, sul rapporto con l'Africa e sulle prospettive di un multilateralismo senza egemonia americana si sviluppa la nostra conversazione.

    Professore, il suo libro mette in discussione una delle grandi narrazioni degli ultimi anni, quella della trappola di Tucidide e dell'inevitabile scontro tra gli Stati Uniti e la Cina. Lei sostiene che siamo già in un mondo post-americano, ma non sembra convinto che Pechino possa semplicemente raccogliere il testimone di Washington.

    “Siamo già entrati in un mondo post-americano. Gli Stati Uniti hanno realizzato le previsioni dei grandi classici del pensiero geopolitico, come Mahan e Mackinder, che prefiguravano un'egemonia globale americana. Questa egemonia si è imposta già durante la Guerra fredda, perché allora convivevano due sistemi: quello della contrapposizione con l'Unione Sovietica e un sistema occidentale che costituiva il motore delle relazioni internazionali globali.

    Quest'ultimo era il sistema delle Nazioni Unite, non a caso con sede a New York, del Fondo monetario internazionale e di un insieme di regole pensate per includere progressivamente anche l'Unione Sovietica e la Repubblica Popolare Cinese.

    Oggi, dopo il momento unipolare e la successiva trasformazione del sistema internazionale, questo mondo americano sembra lasciare una situazione aperta a diverse possibilità. Non possiamo escludere una riconfigurazione multipolare, ma non credo sia necessariamente quella la direzione.

    Il concetto di civiltà diventa particolarmente importante. Samuel Huntington aveva avuto, a mio parere, una straordinaria intuizione, anche se non condivido l'idea di uno scontro tra civiltà inconciliabili, destinato a svolgersi lungo quelle che lui definiva linee di faglia. Vedo piuttosto un confronto tra visioni della civiltà che nasce dalla contestazione dell'ordine mondiale guidato dagli Stati Uniti.

    La Cina porta avanti un proprio disegno, una grande narrazione geopolitica che, per certi versi, assomiglia al destino manifesto americano. Il sogno cinese ha una prospettiva futura, anche se si richiama a una tradizione millenaria.

    Non vedo quindi Pechino necessariamente impegnata ad aprire una nuova Guerra fredda o semplicemente a diventare uno dei poli di un sistema multipolare. Credo che voglia progressivamente sostituire gli Stati Uniti nella capacità di dettare gli standard di civiltà.

    Un esempio recente è l'iniziativa cinese per la creazione di un'organizzazione internazionale dedicata alla cooperazione e alla governance dell'intelligenza artificiale, con sede a Shanghai. Anziché affidarsi esclusivamente alle istituzioni internazionali esistenti, la Cina promuove una nuova organizzazione, nella quale può contribuire a definire regole e priorità.

    Pechino cerca così di riempire il vuoto di autorità prodotto dal mondo post-americano attraverso proprie iniziative istituzionali. Non stiamo necessariamente tornando a una politica di potenza in un mondo senza regole, ma potremmo trovarci in un mondo nel quale le regole vengono riformulate”.

    Se il potere non dipende solo dalla forza militare, anche l'Europa potrebbe trovare una propria strada. Eppure, dalle trattative sull'Ucraina alle crisi mediorientali, l'Unione fatica a imporsi come soggetto geopolitico. Qual è il suo limite più profondo?

    “Se il mondo stesse andando verso una politica esclusivamente di potenza, attraverso una riconfigurazione tendenzialmente multipolare, il ritardo dell'Europa nel diventare un attore geopolitico sarebbe incolmabile.

    Ma il problema non è la mancanza di strumenti militari ed economici. L'Europa possiede risorse straordinarie. È una delle maggiori potenze economiche e, se sommassimo gli armamenti dei diversi paesi europei, includendo il Regno Unito, disporrebbe anche di capacità militari molto rilevanti.

    Il problema è che l'Europa è divisa al proprio interno sulla questione dell'integrazione. Basta guardare alle elezioni del Parlamento europeo: nelle ultime tre legislature possiamo osservare che la divisione non è più soltanto quella tradizionale tra destra e sinistra. C'è una frattura tra le forze favorevoli all'integrazione e quelle contrarie, che attraversa le diverse politiche, dall'economia ai diritti, dalla politica estera all'agricoltura.

    Questa divisione non può essere superata facilmente. E poiché l'Unione Europea è una costruzione democratica, non credo che possa risolversi in tempi brevi.

    Ciò non significa però che sia condannata all'irrilevanza. Nel libro cerco, ad esempio, di dare un significato alla differenza tra il decoupling americano e il de-risking europeo nei confronti della Cina. A mio giudizio, questa distinzione è importante: l'Europa ha un rapporto con Pechino che non coincide necessariamente con quello degli Stati Uniti.

    Inoltre, con il Global Gateway ha avviato un grande progetto di investimenti e infrastrutture, in parte ispirato alla Belt and Road Initiative cinese, scegliendo intelligentemente di rivolgersi soprattutto all'Africa.

    Vedo poi un'Europa che, rispetto agli Stati Uniti di Trump, ha cercato una propria via sulla guerra in Ucraina. Senza l'Unione Europea quella guerra sarebbe già conclusa. E si sarebbe conclusa con una vittoria di Putin. Personalmente, non appartengo a coloro che ritengono indispensabile una sconfitta di Putin. Per me si può anche arrivare a un pareggio, se vogliamo esprimerci in maniera un po' triviale.

    Resta però fuori discussione che senza l'Unione Europea avremmo avuto una vittoria russa. Anche questo dimostra che l'Europa possiede una capacità di incidere sugli equilibri internazionali. Se riuscisse a pensarsi non soltanto come potenza civile, ma come potenza di civiltà, potrebbe trovare un proprio ruolo geopolitico”.

    Lei attribuisce molta importanza all'Africa. Da diversi paesi africani arriva anche una richiesta di alternative agli investimenti cinesi e all'influenza russa. L'Europa potrebbe avere oggi credenziali migliori rispetto ad altri attori, proprio perché più consapevole della propria eredità coloniale. L'Africa può diventare uno dei punti di forza della geopolitica europea?

    “Dividerei la questione in due parti.

    Da una parte, con il Global Gateway l'Europa ha sicuramente un approccio postcoloniale nei confronti dell'Africa. E potrebbe avere maggiore successo sia rispetto agli Stati Uniti del passato, sia rispetto alla Cina e ad altri attori presenti nel continente: la Russia, naturalmente, ma anche la Turchia o gli Emirati Arabi Uniti.

    L'Europa ha una carta importante da giocare e credo che stia cominciando a giocarla bene.

    Dall'altra parte, però, rimane il rischio di non aver compreso fino in fondo che cosa significhi il postcolonialismo. Un rischio che permane soprattutto nella percezione che molti africani hanno dell'Europa. Vorrei fare un'osservazione che potrebbe sembrare politicamente scorretta.

    L'Unione Europea si è rappresentata per lungo tempo come una potenza civile. Era una definizione credibile se riferita all'Unione in quanto tale, che non possiede gli strumenti militari di uno Stato tradizionale. Lo era meno se riferita ai singoli paesi membri, che possiedono eserciti e hanno condotto guerre.

    A un certo punto, tuttavia, l'Europa ha fatto un passo ulteriore: ha cominciato a rappresentarsi come potenza normativa. Da un certo punto di vista è una cosa bellissima. Significa porre al centro il rispetto delle regole, il diritto, una prospettiva cosmopolitica. Ma se ti presenti come potenza normativa, rischi di porti come il soggetto che esprime uno standard di civiltà superiore.

    E andare in Africa con l'idea di applicare gli standard normativi europei non è necessariamente percepito in maniera positiva. L'Europa deve promuovere anche i propri interessi, costruendo rapporti di cooperazione che producano vantaggi reciproci. La cooperazione allo sviluppo non è aiutare gli africani. Questa è la grande intuizione del Global Gateway, ma anche del Piano Mattei.

    La cooperazione allo sviluppo è un do ut des, uno scambio che si perfeziona nel tempo. Se investo nella cooperazione non devo pretendere necessariamente una ricaduta economica immediata, ma è legittimo attendersi che quegli investimenti producano in futuro anche un ritorno.

    Credo che un discorso di questo genere funzioni molto meglio con gli interlocutori africani. Se invece diciamo che andiamo ad aiutarli, ma che in cambio devono diventare democratici, rispettare i diritti e conformarsi agli standard che noi abbiamo stabilito, rischiamo di riproporre, anche se con il vestito della domenica, una relazione di tipo coloniale”.

    Torniamo alla questione dalla quale nasce il libro. In Italia la geopolitica è diventata una parola onnipresente: nei giornali, in televisione, nel dibattito pubblico. Talvolta sembra che ogni giornalista di esteri si sia trasformato in un analista geopolitico. Ma quanto è solido, nel nostro paese, lo studio della disciplina? E quanto è grande la distanza tra divulgazione e università?

    “Purtroppo in Italia esiste una contrapposizione tra il modo in cui si studiano le relazioni internazionali in ambito accademico e l'impiego divulgativo del termine geopolitica. È una contrapposizione che non riguarda soltanto il linguaggio o gli approcci teorici. È anche consapevole.

    Nell'accademia italiana non c'è molto favore per l'impiego della parola geopolitica. Le relazioni internazionali, nella loro impostazione prevalente, tendono a considerarla qualcosa di nocivo. E il fastidio è reciproco. Alcuni tra i principali divulgatori della geopolitica, attraverso riviste, convegni e apparizioni televisive, hanno manifestato a loro volta una forte insofferenza verso il modo in cui le relazioni internazionali vengono studiate nelle università.

    Con questo libro ho cercato di superare questa contrapposizione, restituendo alla geopolitica una legittimità accademica, mostrando l'importanza dei grandi pensatori classici e ricordando che un sapere di tipo geopolitico è comunque sopravvissuto nell'accademia americana ed europea. Ho poi cercato di far dialogare questo sapere con concetti consolidati negli studi sulle relazioni internazionali. Nel libro, ad esempio, parlo di securitizzazione e di complessi regionali di sicurezza, concetti che considero profondamente permeati da un approccio geopolitico.

    L'idea di partire dalle diverse regioni del mondo e dalle loro caratteristiche geografiche per comprendere le dinamiche della globalizzazione appartiene pienamente a questa tradizione. Ma ho cercato anche di rendere il sapere geopolitico utilizzabile sul piano divulgativo, comprensibile e, mi spingo a dire, democratico.

    Penso infatti che un approccio scientificamente fondato, pur essendo soltanto uno dei possibili strumenti di interpretazione delle relazioni internazionali, possa contribuire a rendere più chiaro e accessibile il dibattito sulla politica estera”.

    C'è però un problema culturale più profondo. La geopolitica nasce in un'epoca segnata dall'imperialismo e ha avuto un rapporto controverso con gli autoritarismi. Oggi perfino la Commissione europea rivendica una propria identità geopolitica. È possibile costruire una geopolitica democratica?

    “È un problema molto importante. Uno dei libri più interessanti scritti in Italia sulla geopolitica è opera di un giurista che sostiene, con argomenti fondati, che la geopolitica sia essenzialmente una dottrina di politica estera degli autoritarismi.

    Secondo questa interpretazione, quando un regime autoritario si dota di una politica estera, quella diventa geopolitica. Le democrazie, invece, avrebbero una politica estera non geopolitica, o addirittura antigeopolitica.

    L'Unione Europea si è considerata per lungo tempo quasi la quintessenza di questa visione. Poi, nel 2019, Ursula von der Leyen ha presentato la propria Commissione come una Commissione geopolitica.

    Questo passaggio mette in evidenza una questione culturale fondamentale: la capacità delle democrazie di dotarsi di una politica estera geopolitica rimanendo democrazie”.

    Il confronto tra le diverse visioni di civiltà occupa un posto centrale nel libro. Gli Stati Uniti, la Cina, ma anche potenze come la Turchia e l'Iran cercano una legittimazione fondata sulla propria identità storica e culturale. Allo stesso tempo, vediamo moltiplicarsi accordi regionali, coalizioni temporanee e formati minilaterali, anche all'interno delle alleanze tradizionali. Che cosa resta del multilateralismo in un mondo nel quale ciascuno rivendica la propria idea di ordine?

    “Per anni ho utilizzato un criterio piuttosto severo negli esami universitari: se uno studente non era in grado di distinguere il multilateralismo dal multipolarismo, difficilmente superava l'esame. Insegnavo a tenere nettamente separate le due cose, perché si tratta di concetti diversi. Poi Xi Jinping, seguendo una posizione già espressa da Putin, ha cominciato a sostenere che per avere un vero multilateralismo fosse necessario andare verso un mondo multipolare.

    A quel punto mi sono chiesto: dovrei bocciare all'esame di relazioni internazionali anche Xi Jinping e Vladimir Putin, oppure dovrei mettere in discussione alcune delle mie convinzioni?

    Ho scelto la seconda strada. E sono arrivato alla conclusione che non possiamo pensare a un multilateralismo che funzioni soltanto in un mondo unipolare.

    Un mondo unipolare, infatti, è anche un mondo che può produrre guerra. Se il multilateralismo finisce per coincidere con l'egemonia di una grande superpotenza, pur presentandosi come un sistema fondato sul rispetto delle regole, prima o poi quell'egemonia verrà contestata. Kenneth Waltz, uno dei grandi studiosi delle relazioni internazionali, sosteneva che chi vuole un governo del mondo deve prepararsi alla Terza guerra mondiale. È una formulazione molto forte, ma mette in evidenza il problema di un potere che pretende di organizzare l'intero sistema internazionale.

    D'altra parte, non penso neppure che ci stiamo dirigendo verso un multipolarismo inteso come una riproduzione su scala globale del vecchio equilibrio di potenza europeo. A me sembra più utile pensare a un sistema stratificato, nel quale esistono grandi potenze, medie potenze e attori più piccoli, con capacità e funzioni differenti.

    Se andiamo in questa direzione, dobbiamo riconoscere che tra bilateralismo e multilateralismo esiste un continuum. Ci sono accordi bilaterali, forme di minilateralismo e momenti propriamente multilaterali. Questi ultimi non scompaiono necessariamente, anche se cambiano le condizioni nelle quali si sviluppano.

    Capisco la visione pessimistica di chi osserva le trasformazioni attuali. Siamo portati a vedere il bicchiere mezzo vuoto, anzi un bicchiere che continua a svuotarsi. Ogni nuova crisi sembra sottrarre qualcosa al multilateralismo che abbiamo conosciuto. Ma credo che possa arrivare un momento in cui guarderemo a questo stesso processo in maniera differente. Potremmo renderci conto che si è costruito un sistema di cooperazione più articolato, fatto di diversi livelli e forme di accordo.

    E penso che questo potrebbe rappresentare anche un'opportunità per l'Europa. L'Unione Europea è un attore particolare, uno strano Stato europeo, se vogliamo chiamarlo così. È un'unione di Stati membri, non uno Stato nazionale tradizionale. Proprio questa sua natura, che oggi appare spesso come un limite, potrebbe renderla un soggetto più adatto a intercettare le trasformazioni di un mondo sempre più complesso”.

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