22 November 2019

Crack Thomas Cook: per lo Iod è colpa dell’ex ceo Manny Fontenla-Novoa

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La fusione con MyTravel e con la catena retail The Co-operative: due operazioni condotte da Thomas Cook con una leva di debito eccessiva tra il 2007 e il 2011, quando l’operatore era sotto la guida di Manny Fontenla-Novoa. Acquisizioni rischiose, che avrebbero messo il to nell’impossibilità «di reagire adeguatamente agli shock di mercato, inclusi quelli causati dagli attacchi terroristici in Egitto, Tunisia e Turchia, nonché dalle fluttuazioni monetarie, dai cambiamenti climatici in corso, dalla crescente competizione online e dagli effetti della Brexit».

Sarebbero queste le radici profonde del crack Thomas Cook, secondo l’Institute of directors (Iod): la storica associazione britannica che riunisce manager e imprenditori del Regno Unito ha quindi invitato i deputati che si stanno occupando del caso a indagare il comportamento di Fontenla-Novoa.

Nel documento scritto inviato al Parlamento, riporta travelmole.com, lo Iod premette che è ancora presto per stilare una valutazione definitiva su quanto è accaduto, tuttavia «vorremmo capire se il consiglio di amministrazione abbia mostrato nel tempo la giusta efficienza nel valutare e gestire le nuove sfide, che tali cambiamenti hanno provocato nell’ambiente di mercato» in cui operava il to. E in particolare se il board sia stato in grado di «supervisionare adeguatamente i rischi connessi con l’elevata esposizione debitoria del gruppo».

Tra le criticità segnalate dallo Iod ci sarebbero poi anche le notizie relative al comportamento di alcuni obbligazionisti, detentori di credit default swaps, che avrebbero ostacolato l’approvazione del piano di ristrutturazione del to, perché il collasso dello stesso operatore sarebbe risultato per loro nettamente più profittevole (i credit default swaps sono strumenti finanziari, che rappresentano una sorta di assicurazione contro il rischio di credito, ndr).

Infine lo Iod ha anche commentato l’entità dei bonus ricevuti dall’ultimo ceo della compagnia, Peter Fankhauser, per un totale di 1,4 milioni di sterline dal 2016 al 2019: una cifra che l’associazione britannica ritiene congrua, perché comparabile a quella garantita ad altri amministratori delegati di compagnie di dimensioni simili. Il punto, semmai, starebbe nella complessità di tale remunerazione e soprattutto nel fatto che la cifra sia stata calcolata in base ai profitti ante costi straordinari.

Peter Fankhauser potrebbe peraltro essere costretto a restituire parte del bonus da oltre 550 mila sterline del 2017, in base ad alcune clausole incluse nel suo contratto. L’ex ceo sarebbe stato anzi invitato a farlo di sua spontanea volontà da parte della deputata laburista Rachel Reeves, così da contribuire al pagamento dei crediti vantati dallo staff Thomas Cook e dei costi generati dalle operazioni di rimpatrio dei passeggeri rimasti a terra.

Fankhauser si è tuttavia preso del tempo, asserendo tra l’altro che un buon 30% del valore dei suoi bonus sarebbe stato costituito da partecipazioni azionarie nel to, che oggi non hanno ovviamente valore alcuno.




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