17 November 2018

Ecco come Bitcoin (non) cambierà l’economia del turismo

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Bitcoin,

Bitcoin, Blockchain e cripto valute. Se ne parla o meglio se ne parlotta. I più intraprendenti provano anche a discuterne, millantando conoscenze che non hanno ma avviene un po’ come quando non si faceva altro che parlare di spread e di bund tedeschi: nessuno sa veramente di cosa si trattava e, tra colpi di tosse e inglesismi pronunciati con incertezza e sbiascico, ci si augurava che l’argomento passasse di moda. (E così è stato a onor del vero, ma lo spread – udite udite – continua a esistere).

Niente di nuovo quindi, il mondo della finanza è onnipresente nelle nostre vite, condiziona le nostre vite – al pari se non al di sopra della politica – ma come la suddetta tendiamo, inevitabilmente, a ignorane l’esistenza fino a che un qualcosa non si impone, diventando argomento sulla bocca di tutti.

Uno dei must o meglio dire dei topic in materia è Bitcoin e tutto il nebuloso codazzo che ne segue.
Anche nella Bit appena conclusasi si è provato a discuterne, con risultati non sempre esaltanti.

Bitcoin, Stefano Pironi, Gfk,

Stefano Pironi

Una spiegazione brillante, rapida ed efficace è però arrivata alle orecchie di chi ha saputo ascoltare, grazie a Stefano Pironi, senior product manager di Gfk, che ha curato l’intervento “Bitcoin, Blockchain e nuovi paradigmi nei sistemi di pagamento”.

«La tecnologia è in tutti i rivoli del mercato, al punto che si parla di fintech, crasi tra finance e technology – ha premesso il ricercatore – in Italia c’è una certa arretratezza ma non così tanta diffidenza. Secondo una nostra analisi il consumatore è interessato ai payment wallet, anche se l’utilizzo è contenuto: 8 milioni di capofamiglia sarebbero pronti ad abbandonare la carta moneta a favore dei pagamenti digitali».
Da una società pesantemente cash a una cashless il salto è infatti tutt’altro che breve. «I contanti hanno un costo, sotto molti aspetti, eppure le banche temono l’arrivo dei Big Web Global Player perché, in queste realtà l’It è al centro, non è una divisione aziendale, è l’azienda».

La storia dei Bitcoin ma anche di altri competitor oscuri ai più, parte in realtà un decennio fa, con l’arrivo della Blockchain, che altro non è che «un registro, un libro contabile – prosegue Pironi -, ma è decisamente sicuro perché il server è in tutti i computer che fanno parte della “catena di blocchi” per l’appunto, e non è modificabile, se non con la maggioranza più uno di tutti i membri, ha un codice alfanumerico di 34 cifre difficilmente hackerabile».

Ma con queste premesse, perché i Bitcoin non hanno già sostituito il denaro così come lo conosciamo? «In prima battuta i Bitcoin non sono infiniti – aggiunge il ricercatore -, se ne potranno produrre 21 milioni e ad oggi siamo attorno ai 17 milioni, in seconda battuta sono soggetti a fluttuazioni e non danno garanzie».

E non va escluso l’impatto ambientale, per produrli occorre un dispendio energetico e macchine con una capacità di calcolo decisamente superiore ai computer a cui siamo abituati.

Esistono chiaramente dei lati positivi, la velocità nonostante le esigenze di calcolo -che è comunque superiore a un bonifico tradizionale – un servizio in più per il consumatore, che va a sommarsi ai contanti, le prepagate, le carte di credito e via discorrendo e soprattutto la tecnologia stessa alla base della Blockchain che è democrazia reale applicata alla finanza virtuale, giusto per sintetizzare.

Ed è forse proprio per questo che i Bitcoin finiranno prima di diventare il futuro dei pagamenti: potenzialmente la block chain può sostituirsi a tutte le istituzioni centrali e, possiamo esserne già certi tra tutte le supposizioni scritte sopra, che i governi mondiali non permetteranno mai investimenti istituzionali e non daranno modo alla nuova moneta di essere spesa su larga scala.

E quindi no, il turismo italiano non deve preoccuparsi, potrà continuare a prendere posti in vuoto/pieno per i prossimi cinquant’anni pagando tranquillamente con assegni post datati.




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